La Pratica Medica Dei Nauhas

Data la relativa scarsità di fonti scritte, non è facile costruire un discorso sicuro circa le forme piu’ antiche della medicina preispanica dell’altopiano messicano anteriormente all’apogeo dei Mexicas. Quanto verremo dicendo, pertanto, vale con certezza a proposito del periodo corrispondente all’epoca immediatamente precedente l’arrivo degli Spagnoli, ossia al primo quarto del XVI secolo. Come abbiamo già precisato, la maggior parte dei documenti giunti fino a noi sono posteriori. Tuttavia, procedendo da mani di indigeni educati ancora nelle istituzioni in cui si tramandava la cultura dei loro antenati, contengono dati che (oculatamente depurati da possibili infiltrazioni di origine europea), possono valere come testimonianza di conoscenze e di pratiche assai più antiche, anche se difficilmente databili.

Le narrazioni dell’epoca, tanto quelle uscite dalla penna degli Spagnoli, quanto quelle redatte da indigeni, concordano nell’affermare che, al momento dell’arrivo degli Europei, i nativi di queste terre godevano di un eccellente stato di salute.

Giovanni Battista Pomar, discendente dei re di Tezcoco, giunse ad asserire – alla fine del secolo XVI – che, lasciando da parte i bambini e i vecchi, nessuno moriva di malattia. Questa affermazione è interessante sotto due punti di vista. In primo luogo rivela un giudizio classificatorio che, ai nostri occhi, può apparire curioso: le malattie, anche mortali, venivano considerate come eventi normali in certi periodi dell’ esistenza, come l’infanzia e la vecchiaia, ed eventi anormali durante la giovinezza e l’età matura. In secondo luogo, non è difficile cogliere in questa affermazione la testimonianza di uno stato di fatto, ossia dell’ assenza, per lo meno, di gravi calamità di tipo epidemico che, viceversa, devastarono la popolazione indigena dopo l’arrivo degli Spagnoli, decimandola e, in particolare, mietendo vittime anche fra giovani e adulti.

Il livello particolarmente buono della salute pubblica non era casuale. In parte esso era dovuto alle elevate condizioni igieniche e al buon livello nutrizionale di quelle popolazioni, ma esso dipendeva anche dalla presenza di una classe medica particolarmente preparata, abile e competente.

In particolare, la dualità soprannaturale-naturale, che si incontra nella concezione nàhuatl della malattia, si rispecchia puntualmente nell’esistenza di due gruppi fondamentali di medici, che possiamo chiamare i “sacerdotali” e i “professionali”. I medici sacerdoti ricevevano una formazione essenzialmente teologica nei calmecac (che erano istituzioni di insegnamento religioso), ma questa comprendeva appunto anche una conoscenza delle malattie provocate dalle divinità, e i discepoli apprendevano le formule segrete adatte a trattare tali infermità. Queste formule, data la loro segretezza, non ci sono pervenute, e in particolare non erano conosciute dai medici professionali (detti titici), i quali erano in realtà gli “specialisti” della medicina messicana. Viceversa, collaboravano abbastanza strettamente con i titici gli appartenenti a un secondo gruppo sacerdotale, quello dei tonalpouhquì, incaricati di formulare gli oroscopi direttamente connessi alla salute. Pur non avendo ricevuto, probabilmente, una formazione strettamente medica, questi astrologi collaboravano con i medici professionali specialmente nella fase di elaborazione delle diagnosi. Essi, infatti, lavoravano sulla base di carte astrali concepite secondo uno schema abbastanza diverso da quello adottato dagli astrologi europei, distinguendo nel corpo umano due distinte zone di influenza: dalla cintola in su venivano indicati gli influssi provenienti dai cieli, ossia dagli astri e dai loro princìpi cosmici (correlati ai diversi organi), in funzione della loro posizione nel cielo all’ora della nascita; dalla cintola in giù venivano indicati gli influssi esercitati sui vari organi dalle divinità dell’inframondo. Poiché la data e l’ora della nascita predeterminavano le probabili patologie a cui sarebbe andato soggetto l’individuo, è chiaro che un elemento di tal genere doveva essere tenuto presente al momento di formulare qualsiasi diagnosi (1).

Il secondo gruppo, quello dei titici, che abbiamo chiamato dei medici “professionali”, era costituito dai veri praticanti della medicina, persone di orientamento più concreto, dotate di grande esperienza e fornite di una conoscenza frutto di minute e scrupolose osservazioni. Chiamandoli “professionali”, non si intende suggerire l’idea che fossero dei “mestieranti” di talento, ma sforniti di sapere teorico, bensì applicare loro il significato “alto” del concetto di professione, secondo il quale essa è un’arte nel senso della téchne greca, ossia un tipo di agire efficace sorretto da conoscenze adeguate, anche teoriche. Pertanto il lavoro dei titici era costantemente permeato da considerazioni spirituali e soprannaturalí ma, oltre questo quadro teorico, si caratterizzava soprattutto per il fatto di basarsi su una competenza casistica ben consolidata e una conoscenza approfondita dei trattamenti, soprattutto di tipo erboristico (2).

Questi medici, pertanto, non vanno affatto confusi con i “guaritori” o i praticoni, essi pure presenti nella cultura nàhuatl, ma non riconosciuti come medici veri e propri. Il personaggio che li incarnava veniva chiamato ticitl ed era una figura complessa, con caratteristiche riconducibili a quelle del fattucchiere o dello stregone, che poteva esercitare pratiche di magia “bianca” o “nera”. Ma i saggi nàhuas tennero accuratamente distinti i medici (che noi diremmo oggi “scientifici”) da queste altre figure che trovavano credito nella medicina popolare, come ben chiarisce questo testo: 1. Il vero medico: un saggio (tlamatini), dà la vita. 2. Conoscitore delle cose per esperienza: conosce per esperienza le erbe, le pietre, gli alberi, le radici. 3. Ha controllato i suoi rimedi, esamina, sperimenta, cura le infermità. 4.