4-Le ricerche su Medline in Internet

Ora ci sentiremo raccontare tante cose: che la Cassazione entra solamente nel merito “formale” della sentenza. Che il carcere deve avere una finalità rieducativa. Che, in fondo, il più crudele dei tre assassini si è ucciso… va bene, noi ascolteremo tutto. Siamo gente di nord est, ascoltiamo e non contestiamo mai.

Ma nessuno ci può togliere il malessere che la sentenza ha generato. Ma cosa si deve fare per avere l’ergastolo?

Esiste un momento in cui uno scrittore di noir fa dei passi indietro. Questo momento l’ho vissuto nel leggere, con buon dettaglio, cosa avevano fatto questi criminali. Cose che superano la fantasia, che non si leggono nemmeno nei libri più efferati. Hanno torturato, hanno ucciso due poveretti. E hanno ferito due comunità: quella della nostra provincia, insultata e sfregiata. E quella degli immigrati seri, integrati, lavoratori. Tutte e due, nessuna esclusa. Ma non siamo in grado di chiuderli in un carcere per tutta la vita.

Ora, seppur giuridicamente ignorante, so bene che un ergastolo difficilmente verrà scontato. Ma il conferirlo sarebbe stato un segnale importante. Non avrebbe guarito le ferite della famiglia Pelliciardi, della comunità di Gorgo al Monticano, del nord est. Ma avrebbe voluto dire che la giustizia c’è. Oggi i signori magistrati, gli intoccabili “giudici in terra del bene e del male” (come recitava il buon De Andrè), hanno riaperto delle ferite. E hanno ucciso un senso di giustizia che, in qualche modo, ognuno di noi aveva cercato di trovare nella sentenza d’appello.

Come uomo del nord est, amante della mia terra, orgoglioso provinciale, sono ferito, amareggiato, sfiduciato. Vedo che qualcuno parla, protesta, manifesta, attacca, sventola la Costituzione per garantire autonomie, regole, indipendenze. Ma, quando è il momento di farsi esso stesso garante, si nasconde dietro ai balzelli, dietro alle pagine di questa stessa costituzione.

Auguro ai due assassini superstiti di rivedere il volto dei Pellicciardi ogni notte. Ogni notte. E auguro ai magistrati di trovare il coraggio di spingersi oltre la propria sopravvivenza e di fare davvero giustizia. Per ora le ferite sono tremendamente aperte. E “giustizia” rimane una parola vuota. Un silenzio che assorda le nostre pianure.

Fulvio Luna Romero