Mammografia

Mammografia, dolore ed euro

Care amiche verdi, non era mia intenzione rispondere al vostro articolo, che pure mi aveva suscitato qualche perplessità, ma l’esperienza illuminante che ho avuto ieri va doverosamente condivisa con le lettrici e i lettori di Informazione. Dunque, pur non avendo più sottomano l’articolo in questione, dico ciò che in esso mi aveva colpito. Prima di tutto la firma “donne verdi”, leggermente comica nella sua evidenza cromatica. Lo scritto, che riprende significativamente il titolo dato da Fulvia Grasso al suo intervento, contiene molte considerazioni sagge e assolutamente condivisibili sia da me sia da qualsiasi donna o uomo anche di altri colori. Dunque perché fare riferimento ad uno specifico femminile per considerazioni che attengono al comune buon senso?

Tra le molte lettere che ho ricevuto in risposta al mio articolo sul dolore da mammografia, me n’è arrivata, per conoscenza, una che Francesca Schiavon aveva inviato anche al vostro giornale e che conteneva, quella sì, riflessioni da un punto di vista di genere. Lo dico non per sapere come mai non è stata pubblicata, ma per mostrare che una riflessione “da donna” sul tema è possibile.

Mi è particolarmente dispiaciuta, nel vostro scritto, l’affermazione conclusiva sulla necessità di affrontare il problema con serenità, in un bel convegno, e “senza anatemi”. Ora io ho posto un problema estremamente pratico e urgente; lo chiarisco ancora una volta perché evidentemente la mia capacità di farmi capire (da voi) è scarsa: se la mammografia fa male, molte donne dopo la prima volta non la faranno più e molte altre vi si sottoporranno con terrore e in nome di un ricatto vergognoso che dice: o la mammo o la vita. Questo è il punto, questo! Non se la mammografia serva o no, cosa che attiene ad un altro ambito di discorso. Ed è un punto che rimanda a quella fondamentale riflessione femminista (scusate la parola inusitata e forse fastidiosa) sul corpo che ha accompagnato la presa di coscienza e la crescita culturale e umana di chi l’ha frequentata e sofferta.

Scambiare per anatema un grido di dolore e di ribellione è, scusate se ve lo dico, immondo. C’è si un anatema vero, fondante di tutto questo discorso e l’ha lanciato chi ha detto: “Tu donna partorirai con dolore”, mettendo un macigno culturale sul pensiero occidentale.

Se all’urgenza di un problema pratico e sentito – quanto lo dimostrano le decine di lettere che continuano ad arrivarmi – si risponde con un dibattito e con i tempi lunghi, non si fa altro che quantificare la distanza tra le persone e la politica: diciamo un metro al giorno. Chilometri.

Ma ecco la notizia illuminante. Dopo essermi informata tramite amiche e amici, anche ginecologi, sulla mammografia pubblica e privata in città vicine come Ivrea, Torino, Novara e Biella ho fatto il seguente esperimento in corpore vili (il mio). Sono andata a Torino in uno studio che dispone – mi hanno assicurato – dello stesso mammografo in dotazione ad Aosta, uno strumento diagnostico tra i più recenti e accurati; ho detto che avevo fatto l’ultima mammo due anni fa, che dopo l’esperienza piuttosto dolorosa avevo avuto male al seno per una ventina di giorni e mi sono sottoposta alla mammografia e ad una immediata ecografia di controllo (anche su questo, altra scuola di pensiero). Prima di mettere la tetta nella pressa il dottore mi ha chiesto, tra l’altro, se e quali medicinali prendessi, mi ha spiegato che dilatano i dotti del latte dando una tensione mammaria che rende il seno più sensibile e che quindi l’esame va fatto “con maggiore lentezza e attenzione”: Mi ha poi invitato a mettere il capo in una certa posizione per allentare la tensione muscolare e a rilassare al massimo la muscolatrura assicurandomi che avrei sentito un po’ di fastidio, non certo un dolore “insopportabile”. E così è stato. Non ho il cancro. Non ho male al seno. Ho 145 euro in meno di ieri. Ho l’ennesima conferma che certo la sanità pubblica non è messa in condizioni di competere, ma che non lo fa nemmeno quando potrebbe. Questione di testa.

Maria Pia Simonetti