I Fogli Nel Cassetto – Damiano Spinelli: Storia Di Un Uomo E Del Suo Fegato

Dicembre 1993 / Luglio 1994: la storia di un uomo e del suo fegato.

C’è una bevanda che è stata nutrimento indispensabile per il mio fisico, parte integrante della mia persona e presenza costante nei primi sette mesi del mio diciottesimo anno di vita: il caffè.

A partire dal Gennaio del mio ultimo anno di liceo, infatti, a causa di quel flagello che risponde al nome di interrogazioni di fine quadrimestre , condannai il mio già trascurato fegato ad una prematura morte per avvelenamento, assumendo ingenti e crescenti dosi di quel malefico liquido. Ancora oggi mi ritornano in mente quelle lunghe notti trascorse sui libri per arrivare all’interrogazione preparato e teso come la corda di un violino, con l’aspetto di una cavia da elettroshock o di un’ameba tenuta in vita con sostanze di laboratorio; durante quelle notti ingerivo quantità stratosferiche di quel veleno per garantire il momentaneo perdurare delle mie pulsazioni vitali a dispetto di un sonno e di una stanchezza che avrebbero fatto stramazzare al suolo un cavallo robusto e nel fiore degli anni. Le scene più disgustose si potevano godere la mattina verso le sette quando, ormai conscio che non potevo imparare più nulla di utile per l’interrogazione, mi davo con masochistica gioia all’ultima sigaretta del pacchetto, contribuendo così a rendere ancora più densa e gommosa quella pasta che sostava nella mia bocca e che si spacciava per saliva. A questo punto le palpebre cominciavano a cedere e dovevo bere un’altra tazzina: i muscoli si contraevano, lo stomaco si chiudeva ed il fegato implorava clemenza, insomma, il mio fisico protestava, ma io ero sempre più furbo; lo ingannavo con un disintossicante bicchiere di latte e poi… zac, tracannavo, più veloce di Clint Eastwood, il caffè sopravvissuto alla lunga nottata. Quindi mi davo una sciacquata, indossavo qualche straccio, un paio di occhiali da sole per nascondere quei due bauli che avevo sotto gli occhi, e via, fresco e candido come un bambino, pronto ad affrontare una nuova radiosa giornata di scuola.

L’interrogazione poi, grazie al mio aspetto ed alla mia parlata da tossico, era qualcosa di squallido e pietoso, cui si aggiungeva un che di sadico quando la professoressa di matematica e fisica, con fare da meretrice, mi chiedeva: Hai fatto tardi stanotte per studiare? . A quel punto in me subentrava il panico, perchè non sapevo se risponderle di sì per farle vedere la mia buona volontà e per farle comprendere le mie inevitabili mancanze di lucidità o se dovevo risponderle di no, in modo da nascondere la frettolosità e l’approssimazione della mia preparazione: in genere puntavo, con alterne fortune, sulla ricerca della compassione da parte dei professori che volta per volta mi dovevano interrogare; quando poi tornavo a posto dovevo subire le critiche di quegli stessi compagni il cui viso viveva a contatto epidermico con il fondoschiena degli insegnanti: Hai rubato! , oppure Ti ha chiesto delle cazzate! e ancora Vergogna! , Hai la faccia come il culo! , Sei il cocco della prof! ed infine Se a te ha messo otto a me che doveva mettere? . Ed intanto il mio fegato peggiorava.

Finite le interrogazioni di Gennaio, e con esse le notti in bianco, potevo finalmente concentrarmi sulle mie disgrazie sentimentali. Nonostante tutto, infatti, quelle interrogazioni erano state utili per distogliermi da una cocente delusione amorosa che aveva leopardianamente minato in modo irreparabile la salute del mio fisico: nel Dicembre dell’anno prima, infatti, mi aveva lasciato la mia ragazza , la quale aveva dimostrato una certa sensibilità nel mollarmi senza alcun preavviso proprio il giorno dei nostri cinque mesi (in genere per le ragazze queste sono date importanti), e proprio alla vigilia dei già narrati fatti di Gennaio nonchè del mio diciottesimo compleanno e, per di più, per telefono. Potrete quindi capire com’è che già allora il mio fegato cominciò a manifestare la propria delusione ed il proprio risentimento, dato anche che, grazie al simpatico episodio, avevo cominciato a fumare con una certa regolarità.

Ma nonostante il fatto che, terminate le interrogazioni, potevo tragicamente comprendere con il raziocinio di poi la crudeltà di quella donna malvagia e nonostante il fatto che il fumo fosse ormai diventato un vizio, le condizioni esistenziali del mio fegato andavano progressivamente normalizzandosi; non gli interessavano neanche le mie momentanee schopenaueriane certezze intorno alla vanità del tutto. Fisicamente, insomma, andava tutto per il meglio, quando il ben noto Silvio Berlusconi, filantropo di vecchia data, riuscì a spacciarsi per persona nuova nel decrepito scenario della politica italiana e convinse gli italiani, popolo dalla memoria di elefante, a votare per lui (marzo), dando così avvio alla mia epatomegalia.

L’epatomegalia divenne epatosi grazie a Sgarbi, Fede e Liguori, ma anche in seguito ai postumi di una gita scolastica in Tunisia che aveva introdotto nel mio sistema circolatorio forti dosi di tabacco e di sostanze alcooliche variamente mescolate, fra le quali sarebbe stato arduo, anche con delle accurate analisi, trovare tracce di sangue. Insomma la scuola, l’amore, la politica e perfino il divertimento costituivano ormai un miscuglio micidiale per il mio malcapitato fegato che, secondo me, ha imparato a bestemmiare (lo so, lo sento!).

Dopo quella gita, che aveva sottratto una settimana allo svolgimento dei programmi, la scuola riprese in modo frenetico e i rapporti già logori con tutti i professori continuarono a peggiorare; in particolare quella donna che raccontava in giro di essere la nostra insegnante di matematica non nascose la sua ostilità nei miei confronti; badate, questa non è la solita scusa dello studente svogliato,… quella ce l’aveva proprio con me! Durante una delle sue entusiasmanti lezioni continuava a guardarmi in modo da non lasciarsi sfuggire l’occasione per rimproverarmi; a dire il vero incrociava il mio sguardo talmente spesso che fui portato a pensare che volesse sedurmi, ma questa è un’altra storia; fatto sta che ad un tratto il mio compagno di banco, che stava simulando un improbabile assolo di batteria, fece rullare le sue ipotetiche bacchette sulla mia faccia, sicchè io ebbi un giustificabile scatto all’indietro, ma la professoressa, che pure aveva visto tutto, mi disse con fare superbo: Damiano, adesso hai stufato, eh! . Sorvolando ora sulla mia reazione che fu un tantino accesa, quest’episodio vi fa comunque comprendere come non potevano nascere le premesse per la guarigione del mio tessuto epatico.

Vi ho parlato del mio compagno di banco, figura che ho intenzione di farvi conoscere meglio, aprendo una piccola parentesi, perchè anch’essa ha un peso non trascurabile per quanto riguarda la crescita dei miei scompensi. Questa persona, nonostante la sua fervida intelligenza, era piena di certezze e rappresentava per me tutto ciò che io non ero, e cioè l’uomo realizzato, vincente e soddisfatto di sè. A dire il vero, io non volevo essere come lui, ma non potevo non provare un po’ di invidia nei suoi confronti, soprattutto quando mi rendevo conto della mia sveviana inettitudine; quindi anche vivere a fianco di questo paradigma dell’uomo di successo era qualcosa che sicuramente non faceva bene alla mia salute.

Maggio e Giugno portarono altre interrogazioni, altre notti in bianco, altri litri di caffè, altre occhiaie, altre litigate con i compagni, etc…, ma la scuola finì e finalmente avevo tanto tempo libero da dedicare allo… studio per gli esami di maturità: continuò quindi lo studio matto e disperatissimo, con la sola differenza che la mattina restavo in casa invece di andare a scuola, cosa, quest’ultima, che tutto sommato voleva dire uscire, vedere la luce del giorno, incontrare gente, distrarsi. La mia vegetazione continuò fino all’ultimo giorno prima della prova orale, la quale fu un vero disastro, anche perchè avevo pensato bene di non dormire le due notti precedenti; in particolare, la notte immediatamente precedente l’orale, rimasi incollato al televisore fino all’una aspettando con estrema soddisfazione che Baggio e Baresi sbagliassero gli ultimi due rigori nella finale contro il Brasile (sigh!), e poi dopo un lucido ragionamento decisi che la cosa migliore da fare era restare sveglio per studiare ancora; la professoressa di storia e filosofia (che mi adorava) avrebbe poi commentato: Certo che all’orale hai mandato la tua controfigura! Eri un fantasma! .

Eppure partii bene, perchè quando il presidente di commissione mi chiese: Ma ieri cosa ha fatto? Ha studiato, ha dormito oppure ha visto la partita? , io risposi prontamente: Ho studiato sul letto con la tv accesa sulla partita! , battuta questa che fece sorridere, e quindi sciogliere, tutti i professori, il che mi tranquillizzò non poco, anzi… troppo! Infatti l’interrogazione si rivelò qualcosa di veramente triste: riaffiorò la mia vecchia ed ormai sepolta balbuzie, venivo a mancare sugli argomenti che sapevo meglio (forse per la smania di stupire), non mi rendevo molto bene conto dei concetti che andavo di risposta in risposta inanellando e per di più sudavo come un caimano, insomma fu una tragedia; ormai aspettavo solo che l’arbitro desse il fischio finale che avrebbe posto fine alla mia agonia, quando uno dei membri della commissione mi disse: Forse la sua insicurezza è la conseguenza di una preparazione lacunosa, frettolosa ed approssimativa, non crede? . Fu la fine: epatoma!

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